STUDIO SOLIGO   

Voluta fortemente dalla ART & PARTNERS promossa e organizzata da Raffaele Soligo, Comune di Sermoneta: Sindaco Claudio Damiano e Assessorato alla Cultura, Comune di Artena Sindaco Felicetto Angelini e Assessorato alla Cultura, sarà curata da Duccio Trombadori e Antonio Fontana con la consulenza scientifica della storica Galleria Romana Studio Soligo e con la collaborazione degli archivi e degli autori viventi.

La Mostra documenta la grande forza comunicativa di quella energia corale, che si sviluppava negli anni ’60 a Roma nel cosiddetto “TRIDENTE”, Piazza del Popolo, Via di Ripetta, Via del Corso e Via del Babuino, formato da quel gruppo di artisti che trasformarono in modo esemplare e definitivo l’arte italiana della seconda metà del 900, irrorando di immagini fino allora mai viste e di ricerche ultra moderne, tutto l’apparato delle arti visive, dai galleristi, ai musei, ai critici, agli storici dell’arte, ai collezionisti, fino ad attrarre altri artisti che aderirono ciascuno a proprio modo ad una idea. Sarà un arco narrativo con evoluzioni e crescite sorprendenti, che nasce negli anni 60 per approdare ai giorni nostri. Diventarono tutti grandi artisti, promotori di una sinergia unica; alcuni sono ancora tra noi, altri non ci sono più. Ma rimarranno tutti parte integrante di un momento irripetibile della cultura e della società italiana.

GLI ARTISTI




FRANCO ANGELI - MASSIMO ATTARDI - MATTEO BASILE’ - MARIO CEROLI - FRANCESCO DE MOLFETTA - TANO FESTA - GIOSETTA FIORONI - CLEONICE GIOIA - EMILIO LEOFREDDI - MASSIMO LIBERTI - MARCO LODOLA - FRANCESCO LO SAVIO - RENATO MAMBOR - ENRICO MANERA - ESTEBAN VILLATA MARZI - PINO PASCALI - MAURIZIO SAVINI - MARIO SCHIFANO - CESARE TACCHI - NICOLO’ TOMAINI - JANNIS KOUNELLIS

Supporti multimediali:

con interviste e documenti visivi a PERSONAGGI e TESTIMONIAL

CARLO RIPA DI MEANA (già Presidente della Biennale di Venezia) - DUCCIO TROMBADORI - LAURA CHERUBINI - ALESSANDRO HABER - FABIO SARGENTINI - PIO MONTI - MARIA ANGELI (figlia di Franco Angeli) - GIOSETTA FIORONI - LUCA BEATRICE - ANGELO BUCARELLI - ENRICO GHEZZI - ETTORE ROSBOCH - GIORDANO BRUNO GUERRI - DI PIETRO TRASALIMENTI - PAOLA PITAGORA - PIPPO FRANCO - ANNINA NOSEI - GIULIANO MONTALDO – VANNI RONSISVALLE – FULVIO ABBATE (Teledurruti) – VITTORIO SGARBI




Info mostra:

La mostra ideata da Raffaele Soligo e promossa dalla ART & PARTNERS consterà di un unico catalogo di 130 pagine pubblicato per l’occasione da Studio Man & Man, curato da Duccio Trombadori (Notissimo critico e storico dell’arte tra i maggiori studiosi del movimento) e Antonio Fontana con la consulenza dello Studio Soligo di Roma.

La Scuola di piazza del Popolo è stata un movimento artistico nato negli anni sessanta a Roma, Mario Schifano, Giosetta Fioroni, Tano Festa e Franco Angeli si riunivano al Caffè Rosati a Piazza del Popolo o presso la Galleria della Tartaruga di Plinio de Martiis. Il movimento venne denominato successivamente Scuola di Piazza del Popolo. Presto nuovi artisti si unirono alla "scuola", come Pino Pascali, Francesco Lo Savio, Renato Mambor, Jannis Kounellis, Cesare Tacchi e per ultimo Enrico Manera.

Un arco di tempo narrativo dagli anni sessanta fino ai nostri giorni, con ventuno artisti e circa sessanta opere esposte, olii su tela e carta, disegni, sculture, installazioni e calcografie degli autori storici fondatori fino agli altri che si unirono in seguito e alle ultime generazioni che ne percepiscono ancora l’influenza artistica.

Un evento artistico raro e straordinario a carattere internazionale, che porrà sotto i riflettori della cultura e della stampa Sermoneta e Artena, aumentando e ricevendo in cambio prestigio e visibilità oltre il fascino già noto dei loro bellissimi luoghi storici.

Evento realizzato in collaborazione con :

IN PRINCIPIO ERA LO ‘SCHERMO’
di Duccio Trombadori


In principio era lo ‘schermo’. Vale a dire un approccio estetico e un modo di percepire l’ immagine del mondo con lo sguardo della ‘settima arte’. Si cominciò a prediligere il valore dell’ inquadratura fissa e proiettata sulla tela, il marchio pubblicitario, il fotogramma prelevato dallo scorrere di una pellicola che cattura il flusso della vita e lo sistema nell’ intimo della percezione visiva.

Film come arte. Certo. Ecco una sedimentazione di cultura, il segno originale della nuova mentalità che fiorì a Roma, già negli anni Trenta, tra moviola e immaginario futurista. Sembra di risentire le illuminanti parole di Rudolf Arnheim al Centro sperimentale di Cinematografia, quando nutriva il fertile terreno della sensibilità artistica, nella città che aveva visto le fuggenti sintesi di Balla, Bragaglia, Depero e Prampolini: se il cinema era ‘l’ arma più forte’ nella propaganda, quel formidabile mezzo di ‘rappresentazione in movimento’ era anche matrice di una nuova sintesi delle arti. Una fonte visiva in linea coi tempi moderni, per capire la vita, catturarla nella sua effimera verità ed isolarla in fotogrammi lucidi, smaglianti icone di un’epoca tutta in divenire e però riassumibile nel filtro metaforico dello ‘schermo’.

Cinema, arte visiva, teatro, sintesi delle arti in una nuova formulazione di immagine: sulla base di simili esperienze, accanto alle avanguardie realiste (in cinema e pittura) del secondo dopoguerra, si fece avanti ancora il principio dello ‘schermo’ per la fioritura di immagini che a Roma, negli anni Sessanta, avrebbero fatto scuola fino ai nostri giorni.

Fu una stagione di sorprendenti novità, che rinverdiva le basi di una solida cultura preesistente. Grazie all’opera di personalità eccellenti, si anticiparono poetiche, nuove correnti, e soprattutto si alimentò la vena di alcuni non dimenticati maestri del nostro modo di sentire e di vedere.

Primo, fra questi, fu il ‘puma’ Mario Schifano, solo per comodità riconducibile alle fonti di una Pop Art di derivazione americana: la quale, sul finire degli anni Cinquanta, era ancora in via di gestazione, e a Roma contava a malapena il fuggevole insegnamento New Dada di Rauschenberg e Twombly, importato in tempo di devastanti lacerazioni e ricostruzione incipiente, con tanta voglia di vivere, di bruciare l’esistenza come elemento di una totale esperienza d’arte.

I primi monocromi di Schifano, così essenziali e pari ad una slavata pellicola tesa a pelo dell’occhio, furono il colpo di scena di una originale presa visiva sulla realtà. Così lo ‘schermo’, come principio estetico, invadeva il campo della pittura e ne assorbiva le funzioni.

Alle sequenze in movimento, isolate nella astrazione del fotogramma, si rivolse anche l’attenzione di Jannis Kounellis, con le lettere ed i numeri sottratti al nastro del filmato e stampati direttamente sulla tela.

Lo sguardo cinematografico era un patrimonio fin troppo assimilato dai giovani emergenti dei primissimi anni ’60 (Plinio De Martiis li chiamò ‘anni originali’, e aveva visto giusto) per essere solo il portato di una moda giunta direttamente dagli USA come il chewing gum e la Coca Cola. Si tratta di questo in superficie, ma di ben altro, in profondità.

La lettura dell’ arte moderna in Italia ha un cuore antico, e non a caso maestro di tanti artisti in erba fu Toti Scialoja, alla Accademia di Via Ripetta, uomo acquisito ai valori dell’Action Painting ma solidamente formato sull’antecedente neoespressionismo della ‘scuola romana’ (Mafai, Raphael). Fu merito di Scialoja l’avere incitato al massimo di tensione e libertà creativa coloro che furono i suoi migliori allievi: tra questi Mario Ceroli, Pino Pascali, Jannis Kounellis, Mario Schifano, Tano Festa e Franco Angeli.

Di qui si dipana una storia nota, con le sue convenzioni e stereotipi: si chiamò ‘Scuola di piazza del Popolo’, e raccolse temperamenti diversi e indipendenti che hanno punteggiato il panorama romano come un immaginario caleidoscopico ancora oggi pieno di sorprese. Alcuni di questi ragazzi d’eccezione oggi non sono più. Resta, come pietra di paragone, la loro opera. Penso a come anticiparono, in quei primi anni Sessanta, i procedimenti espressivi che poi vennero ridotti nel più rigido e meno variopinto cantuccio della ‘arte povera’.

Penso al ‘clima felice’ implicato da quel modo di guardare tra l’ironico e il fantasioso, allo scenario parodiato della ‘società dei consumi, con le icone del cinema, della tv, gli idoli della pubblicità, doppiati da un estro particolare nell’ uso variabile delle tecniche di pittura, collage, con l’intervento di mezzi audiovisivi, elettronici, per la gloria di un linguaggio al tempo stesso stereotipo e originale.

Ne risultava un mondo molto colorato, come riscoperto dagli accenti euforici, dove l’allegria si accompagnava ad una analisi del paesaggio metropolitano con i suoi riti e miti collettivi, spia di una angoscia razionale, una diagnosi spietata, senza vibrazioni emotive.

Così per esempio, si ergevano le fredde icone del potere ripetute nei ‘gesti tipici’ di Sergio Lombardo ( i Kruscev, i Kennedy isolati in bianco e nero); o le sagome figurative ridotte ad emblema da Mario Ceroli; oppure, la vita quotidiana incorniciata simbolicamente nella segnaletica di Renato Mambor; certi fotogrammi narrativi della femminilità ‘glamour’, argutamente ritoccati da Giosetta Fioroni; le immagini, come ‘essenza mistica delle cose’ riportate sui tessuti stampati e imbottiti da Cesare Tacchi; le prime installazioni multimediali di Umberto Bignardi; la sintesi delle arti (pittura, cinema ideologia e teatro) nelle performances di Fabio Mauri; senza contare la simbolica araldica di Angeli ( ‘Quarter dollar’ e tutto il resto), gli infissi monocromi e le ‘citazioni’ di Tano Festa, i ‘giocattoli’ di Pascali, i metalli e le astrazioni minimali di Francesco Lo Savio.

Se la ripetizione di immagine e i colori alterati sono solo in parte frutto stilistico della roboante Pop Art americana (con la esplosione della ‘bomba Warhol’ nella Biennale del 1964), il carattere della generazione ‘pop’ degli anni Sessanta a Roma si deve soprattutto alla esaltazione dello ‘schermo’, come motivazione principale della esperienza estetica.

E’ soprattutto il principio dello ‘schermo’, filtro e medium tra l’occhio e la realtà, che qualifica l’ approccio visivo della ‘scuola di piazza del Popolo’ in quasi tutti i suoi componenti e nelle sue varianti.

Pittura come foto-pittura, fotografia come fotogramma, cinema come foto in movimento, montaggio spaziale della visione oltre il campo delle due dimensioni, azione teatrale, sintesi delle arti: in questa ambizione estetica si riassume tutto il segreto di un modo di ‘fare arte’ che ha dato una impronta originale e si dirama come lezione operante nel tempo, superando gli orizzonti definiti dall’alternarsi del gusto e delle semplificazioni critiche.

Penso per esempio, alla lunga traiettoria di un emulo come Enrico Manera: ogni sua opera, più o meno elaborata, è frutto di un passaggio mentale che adotta lo ‘schermo’ come piano compositivo e fonte di ispirazione: l’umore, a volte sarcastico a volte nero dell’artista, filtra attraverso l’uso di una cartellonistica smaltata, di illuminazioni studiate per la ‘scena’, montaggi di sequenze interrotte per la gloria di icone del contemporaneo (dalla Coca Cola alla Warner Bros, fino a Mickey Mouse) che si prestano al gico delle combinazioni.

Amico del plexiglass e dello allestimento scenografico, Marco Lodola elabora le sue piccole e grandi ‘insegne’ con un fondo parodistico che ha il merito di restituire lo spettacolo di un mondo interamente artificiale: così che l’universo gli appare come un prodotto manipolato dell’industria fino ad occupare tutto lo spazio visibile-naturale. Legata al mondo della celluloide, come premessa e come risultato visivo, è pure la figurazione al teleobbiettivo di Cleonice Gioia, che esalta i suoi personaggi come interpreti di avventure cinematografiche o tratte dal fumetto, con la ricerca di effetti emotivi su cui interviene la pittura.

Primi piani grafici e puntualità descrittiva di un mondo ridotto a ‘fiction’ sono i requisiti di un altro virtuoso della manipolazione visiva ‘pop’, l’italo spagnolo Esteban Villalta, con la sua pittura a cicli, la mimica pubblicitaria e la drammatica parodia dell’esistenza nelle sembianze del fumetto con i suoi ‘supereroi’.

Attraverso lo ‘schermo’ e la finzione teatrale passano i contro-messaggi: il fumo della ideologia incontra la verità nuda e cruda dell’esistenza quando le ‘canape’ o le stampe fotografiche, i video e la pittura di Emilio Leofreddi isolano un ‘fotogramma’ nello spazio che ricostruisce un dramma sociale o altre evidenze traumatiche della realtà contemporanea, dall’ecologia, alla pena di morte.

Gli corrisponde in modo più brusco, ma non meno poeticamente inventivo, la illuminazione estemporanea di Massimo Liberti, con le sue frecciate compositive che, grazie alla forza dell’immagine, invitano a prendere coscienza della brutalità incancellata della guerra e della violenza, etnica, sociale, religiosa.

Più rivolto all’ effetto pittorico, e sempre incline a filtrare la visione tramite il principio dello ‘schermo’, è Massimo Attardi, che filtra il corpo femminile proiettando un immaginario tratto dal vero, con acidi cromatismi che misurano le potenzialità espressive della fotografia, dei procedimenti di stampa e di impressione.

All’ opera, con ‘giocattoli’ surreali ereditati dall’immaginario collettivo, è anche l’ estro del più giovane Francesco de Molfetta (‘Demo’), che deforma plasticamente i suoi oggetti in ‘bellissime illusioni’ e ci riconduce ad una strana, dunque spaesante, comunicazione con l’artefatto visivo di ‘superman’. Il gioco, e la spiazzante ironia di Pino Pascali, che mimava l’oggetto pubblicitario in una visione deformante, torna anche nelle sculture esuberanti di Maurizio Savini, che adotta il chewing gum, prodotto industriale di consumo per antonomasia, e lo plastifica come allegoria del mondo artificializzato in una sarcastica parodia di miti e riti contemporanei.

Le ansie, lo spaesamento, gli incubi e le visioni sono invece il ‘pane degli angeli’ preferito da Matteo Basilè, che si muove in un campo elaborato di tecniche visive per indurre alle domande più incisive sul rapporto tra finzione e verità: le sue deformazioni, le sortite tra sogno e reperti di storia dell’ arte, puntano su effetti spettacolari di cui lo ‘schermo’ è scrigno e al tempo stesso motore.

Il retaggio artistico legato al principio estetico dello ‘schermo’ ingloba perfino l’etere nella dimensione digitale e ne riassume il potenziale comunicativo, quando Nicolò Tomaini ,per estrema ironia, riconduce a pittura la ‘segnaletica del web’, modellando richiami dei social network in un linguaggio apparentemente stereotipo e demistificante sul piano visivo.

La percezione arguta e la fredda analisi del patrimonio immaginario indotto dalla simultanea artificiosità del mondo contemporaneo (l’universale e immane ‘ammasso di merci’ segnalato da Marx) sono requisiti estetici di uno sguardo e di una resa percettiva che risolve in modo assai efficace il ruolo della comunicazione d’arte. Il principio dello ‘schermo’, come diaframma estetico indispensabile per osservare i paradossi e le uniformità della odierna condizione umana, sembra avere aperto possibilità espressive a geometria variabile che consentono di guardare in prospettiva e in continuità con tutta una esperienza culturale.

Così riassumendo in breve le ragioni di una intensa stagione d’arte, e sulla base degli esempi elencati, la ‘scuola di Piazza del Popolo’ –con i suoi maestri, e con quanti ne hanno seguito le tracce- si può considerare la via maestra antesignana di un prezioso campionario d’arte di cui Roma è depositaria non solo come custode del più recente passato, ma come denso patrimonio di esperienze visive aperto alla percezione vitale del futuro.